26/04/2022

Incerta, imprecisa, esuberante e timida, riservata – a tratti, per nulla, a volte – e poi sorridente e chiusa, frivola e apatica, determinata, sveglia. Non sono mai stata capace di definire chi io sia, cosa voglia davvero, eppure ho sempre trovato guerre da combattere, obiettivi da perseguire, sogni troppo grandi per essere rinchiusi, per essere vissuti solo ad occhi chiusi.

Non so essere chi vuoi che io sia, non riesco a frenare lo slancio, la presa, non riesco a rimanere se voglio andare via, eppure morirei se penso che qualcosa possa essere salvato – annienta me prima di annientare noi. Eppure lo so, merito di meglio, merito di più, merito del tempo e della rabbia e della gelosia e fiducia e passione e fuoco. Ma se il fuoco sono io, di che altro avrei bisogno?

Incapace di aprirsi eppure immensa, non voglio pietà o ammirazione, non voglio sentirmi intelligente o stupida, non sopporto il giudizio, le categorie, i preconcetti. Non ho bisogno di essere capita – so chi sono, chi vorrei essere – ho solo bisogno di tempo.

Tempo per capire, per arrendermi, tempo per metabolizzare e rinchiudere la me che ho paura di diventare, quella macchina da lavoro – universoegalassietuttiigiornituttalavita – incapace di provare amore, verso di sé, verso di te.

E non voglio guardare dietro, non voglio tentennare, non voglio pentirmi dei passi che ho fatto, delle cose che ho detto, voglio guardare davanti, voglio aspettarti, voglio il brivido e l’eccitazione, voglio che mi guardi prendere quello che voglio, te che ancora non conosco, prendere tutto, voglio starti accanto e voglio essere potente, voglio essere felice.

Voglio tutto.

e non mi fermerò fino a quando non sarà crollato l’ultimo muro

fino a che non si sarà spento l’ultimo grido

Standard

16/04/2022

Il mondo che mi assorbe
plasma
scompone

Il modo di validare me
con quello che pensi
osservatore distratto 
con quello che ricevi da me

Il giorno in cui ho smesso di vedermi come un traguardo 
come una strada deserta
un negozio vuoto 
Fata Morgana di una me che non esiste

Il giorno in cui ho smesso di aspettare
e ho iniziato a sognare solo me

Standard

13/03/2021

Alle scelte, ai nuovi inizi.

Non sono mai stata la persona leggera, la persona frivola, delicata. Ho vissuto un’adolescenza in silenzio, lasciando parole sui muri, sul web, nelle note del telefono, evitando sempre di esprimermi davvero, di pretendere lo spazio che merito, di esserci e vedermi, sentirmi. Ho sempre lasciato che i fatti parlassero per me – Sara l’intelligente, l’emotiva, la timida, la triste – e che mi definissero le percezioni degli altri.

Ci sono stata io, poi, il modo in cui vengo vista del mondo.

Sono passati 6 anni, comunque, in cui ho provato a scoprirmi, in cui sono inciampata spesso, ho vissuto in 3 città, ne ho visitate altre, ho amato e sono stata amata. Ho fatto scelte che decisamente non rifarei ma che sembravano giuste e che mi hanno resa davvero felice, anche se in maniera effimera, anche se sembra più facile provare odio, rancore. C’è stato un momento che ho rimpianto per mesi, probabilmente fino a ieri, in cui ho pensato di essere arrivata, in cui ho pensato di avere tutto, in cui sarei rimasta come bloccata nel tempo, come congelata nello spazio: una stanza d’hotel, io che finisco di truccarmi in bagno, la porta aperta, la tv accesa, la risata della persona che amavo.

Un piccolo punto dell’Universo di cui conosco tutto. Una rarità.

Ma oggi ho realizzato di essere stanca di provare rancore, di odiarmi per come è finita, per quello che ho fatto e quello che non ho detto, per aver mollato la presa o per non averlo fatto prima, per averci creduto, sperato, ho deciso che merito il mio perdono, che merito di essere felice. Non posso cancellare il ricordo del contatto, il respiro corto, le gambe che tremano, la follia, la volta che ho detto d’istinto “ti amo”, la volta in cui mi hai vista dormire e trovata adorabile. Però posso accettarlo, superarlo, riscoprirlo.

Merito adesso di affrontare qualcuno alla pari, qualcuno che sia disposto a scoprirmi e conoscermi perché per la prima volta nella mia vita non riesco a definirmi, qualcuno capace di esserci, e ridere, e parlarmi quando non vorrei neanche alzarmi dal letto, sopportarmi mentre lavoro fino alle 2, mentre scappo in palestra e sparisco, mentre alzo un muro fragile, che vorrei solo venisse distrutto. Penso di meritare anche di più, perché non lascio avvicinare nessuno anche se dico tutto di me, anche se sembro simpatica, gentile, dolce davanti agli occhi degli altri, anche se sono crudele, vendicativa, anche se vengo ferita. Perché il mio bagaglio, il mio dolore, le mie cicatrici le ho solo io, così come le attenzioni, la tenerezza, il cuore, è qualcosa di mio. La signorina “tutto o niente”, sul lavoro, sui progetti, sui rapporti. Mi appartiene, fa parte della mia unicità. E penso sia vera la frase “una come me non la troverai mai”, ma senza la rabbia, quella non la voglio, non mi appartiene più. È un dato di fatto, non esiste nessuna come me.

E io scelgo di darmi una possibilità.

Standard

01/02/2022

I vizi e le cose che mi distraggono, distruggono – la lista delle cose che mi fanno mancare l’aria eppure rimanere in vita, affogare il dolore in dolore colmabile e gestibile, stare a filo d’acqua senza affogare – con la paura, il brivido di cedere, esplodere improvvisamente. 

L’incertezza e il desiderio e il fumo che annebbia i pensieri e il giudizio e il rifiuto che mi tiene in piedi ancorata alla me che sono e sta sparendo – altri cinque minuti, non sono pronta a lasciarti andare via, non sono pronta ad affrontare cosa verrà dopo di te, rispondere con fare incerto al “chi sono?”, “cosa voglio davvero?”, “cosa amo adesso?”. 

La musica ad un volume così alto da cancellare ogni pensiero ma non te che pizzichi e pungi delicatamente, continuamente, e il freddo e i denti che si consumano e i ricordi peggiori – i se mai, se avessi, se non – e il rivivere due ore all’infinito e analizzare ogni virgola in maniera distorta fino a fare andare tutto come sarebbe dovuto andare e poi tornare ancora più indietro, a riprendermi quella che sono stata, la mia purezza, la mia ingenuità – riprendere la me viva e nuova, così profonda e sensibile, come se non conoscessi ancora nulla e avessi tutte le scelte, tutte le porte – e ancora indietro, a prima di tutto questo, alle risate vere e la sofferenza appena colmata – cancellare il dolore conseguente, vorrei solo questo.

È il rimpianto a tenermi in piedi, la rabbia, il rifiuto. 

E la maschera di gentilezza e simpatia che tengo salda, che mi fa sentire stupida, così superficiale, è quello che vedi di me. 

L’unica cosa che vedi di me.

Standard

02/10/2021

Vulnerabilità / dolore mischiato a felicità

Esiste una sensazione ben precisa che unisce alla gioia più profonda la consapevolezza dell’imminente conclusione, la voglia di restare e contemporaneamente evadere, poi andare via.

Impacchetto le mie cose e porto via ricordi, ma quello che lascio sembra sempre più di quello che porto con me – così da farne il carico volta dopo volta, riempire ogni tasca, svuotarne il cuore. Suppongo che questo sia il destino di un’anima errante, di chi ha sempre vissuto un sogno – se di destino si tratta (o è solo libero arbitrio?).

“Non importa quanto lontano dovrai andare”, comunque, la mia ombra non si muove da qua. E ci sarà per sempre, congelato nel tempo, l’attimo in cui stringo una mano, do una carezza, scelgo di rimanere mentre vado via.

Standard

15/09/2021

Descrivere un ricordo prezioso – inizierei da qua. Da due sedie bianche in mezzo al giardino dei miei nonni, alle due del pomeriggio. Mio nonno le dispone così da anni, ogni domenica, per noi due, mi aspetta seduto mentre finisco di chiacchierare con mia nonna, impaziente. Poi inizia a parlare lentamente, a ricordare ora l’infanzia, ora il lavoro, la famiglia, la religione. Ci sono storie che ho sentito così tante volte da poterle raccontare a mia volta come se mi appartenessero (e spero, in cuor mio, di non dimenticarle mai) e altre del tutto nuove, che delle volte neanche comprendo pienamente. Eppure siamo felici. Ogni domenica, per un’ora, condividiamo qualcosa di solo nostro. Due sedie sono un pezzo di mondo che appartiene solo a noi.

Oggi lo condivido, comunque, ne scrivo, per renderlo immortale. Mio nonno oggi è tornato finalmente a casa dopo mesi di ospedale, ma non credo riuscirà più ad affrontare quelle chiacchierate con me sotto il sole, a sistemare le nostre sedie, ad aspettarmi ogni settimana. Mi piacerebbe dare la colpa alla vecchiaia, allevierebbe i sensi di colpa per la mia prossima partenza, ma non riesco ad associare l’immagine dell’uomo forte che a 5 anni mi teneva sulle spalle, che mi lanciava per aria regalandomi dei tuffi fantastici, che stendeva la pasta e cucinava, che coltivava la sua vigna, che si lamentava di ogni passante (si, anche quelli sul marciapiede, sia mai volessero attraversare), con l’uomo fragile che vedo adesso.

L’uomo che sto lasciando, adesso.

Quindi insieme al resto impacchetto i ricordi e tengo a bada il cuore, perché benché vorrei che le cose non cambino – non questa, per favore, non questa – è giusto che lo facciano, o almeno mi illudo sia così. Dico solo “spero di tornare presto, nel frattempo non dimenticarmi. Non dimenticarmi.”

Standard

29/08/2021

Ci siamo tutte, le persone che sono, sono stata, io.

Il mio riflesso allo specchio sembra un mosaico di me – la bambina insicura che per un distinto non è tornata a casa, la bambina ancora più piccola che si taglia il mento dondolando sulla sedia, quella un po’ più grande ma ancora più fragile che si ustiona la fronte con la piastra perché i capelli crespi non fanno arrivare l’amore (come se l’apparecchio ai denti non bastasse, come se essere me mi avesse salvato dalle risate di scherno – l’ho mai detto che le sento ancora? – come se l’adolescenza non stesse già ferendo la parte più vulnerabile di me). Vedo il neo sotto l’occhio destro che ho da sempre, anche la donna che sono a 15 anni, l’orgoglio e l’ossessione per il mio primo amore, vedo anche l’incertezza del seno troppo piccolo, la cellulite troppo vasta, le smagliature, i peli, il dolore, i miei “non mi guardare”, i miei “desiderami di più”. Vedo tutte le volte in cui mi sono annientata per non essere abbastanza, non abbastanza per i bambini, poi uomini che ho voluto, non abbastanza per me stessa, alla fine, e la consapevolezza che quella mancanza non potrà probabilmente colmarsi mai.

Eppure vedo la me di adesso, un corpo segnato dall’inchiostro, modellato dall’esercizio, vedo i capelli lunghi, come mai li ho portati, come sempre li ho voluti, e penso di essere la persona che sognavo per me a 12 anni, nei miei racconti, nelle mie fantasie.

Guardami, bambina, guarda dove siamo arrivate, guardaci belle e potenti, dimentica le lacrime che abbiamo buttato, dimentica la solitudine, dimentica che ti ami solo tu. Guardami splendere perché da sola non riesco, perché ci saranno altre mani a toccarmi – a parte le mie – perché non può essere finita a 24 anni, perché non può finire adesso.

“come mai qui?”

Standard

26/08/2021

luce spenta

sono in quella fase della vita oberata di domande, mezze risposte, mezze verità, mi circondo di rumore perché da sola non so stare, eppure quella solitudine la bramo con ogni fibra del mio essere, la desidero come un ultimo giorno di mare, un ultimo raggio di sole, datemi rumore per poter riposare, per annebbiare il flusso dei miei pensieri, sono stanca, stanca, stanca di un cervello inspegnibile, un interruttore rotto tra tutti i vorrei, i se mai, i se vuoi, i potrei, i dovrei, i limiti irraggiungibili che mi impongo, il dolore di non arrivarci, lo stridio dei denti per tirare fino all’arrivo, sono stanca, ripeto, stanca della rabbia, dell’odio, stanca di sparire senza poter fare altrimenti, stanca delle distanze, stanca di stare in attesa, degli errori, sbaglio, sbaglio tanto, ultimamente continuamente, spinta da una stanchezza e confusione che di viola non colora solo le occhiaie, ma anche la vita, mi domando se davvero la solitudine sia la risposta, se davvero si stia bene solo da soli, nessun compromesso, nessun incanto, o se sia solo paura e ghiaccio che ho ovunque, il gelo che porto fin dentro le ossa, il dolore e l’offesa, ti odio, mi odio, mi seppellisco ogni notte e trasporto il mio corpo, lo schifo che ho dentro e che non mi perdono, lo appendo ad un albero e aspetto che il sole si alzi, che domani sia una persona pulita e domani arriva e sono la stessa, di nuovo nel mio letto, di nuovo nella mia testa, un’altra notte in bianco, spegniti, spegnimi, perdonami, perdonati

luce accesa

Standard